Al beato Focherini devo la mia vita

Una nuova intervista a Giorgio Lampronti:

“Oggi Giorgio è un distinto anziano signore, ma quando conobbe Odoardo Focherini aveva solo otto anni e l’Italia era nel pieno dell’occupazione nazista, con le leggi razziali a farla da padrone. Quella dei Lampronti è una famiglia veneziana di origine ebraica, anche se il padre Giacomo si era convertito al cristianesimo prima del 1938, quando iniziò in Italia la persecuzione contro gli ebrei. Una conversione, come testimonia il figlio Giorgio, che è stata il naturale approdo della sua fede ebraica. Scrive Lampronti nel suo libro autobiografico “Verrà anche la sera”, pubblicato nel 1947: “Sono uno che, entrato nella Chiesa, vi ha ritrovato intero Israele, ha sentito la profonda commozione di un ritorno dopo un esilio millenario. Chi può parlare di conversione o rinnegamento? Nulla ho dovuto rinnegare, a nulla rinunciare. Tutto ho ritrovato, accresciuto”.

L’adesione a Cristo di certo non protesse lui e la sua famiglia dalla follia nazifascista. Giornalista, venne licenziato in tronco dal Popolo del Friuli per incompatibilità con il Regime. Riuscì a trovare un nuovo lavoro a L’Avvenire d’Italia, come redattore dell’edizione friulana. Nel 1943 venne spostato alla redazione di Ferrara. È qui che la vita di Giacomo s’incrocia con quella di Odoardo Focherini, che nel 1939 – dopo essere stato ispettore di Cattolica Assicurazioni anche per la zona di Verona – assunse l’incarico di amministratore delegato del giornale cattolico, che allora aveva sede a Bologna. Vide quell’uomo perseguitato per la sua fede e con un sotterfugio riuscì ad assumerlo.

Scrivono le biografie che l’attività di Focherini in favore degli ebrei inizia nel 1942 quando il direttore de L’Avvenire d’Italia gli affida un caso, che gli era stato segnalato dall’arcivescovo di Genova, di alcuni ebrei polacchi, giunti nel capoluogo ligure con un treno di feriti. Ma è dopo l’8 settembre 1943 che l’impegno di Odoardo s’intensifica, creando – con l’aiuto dell’amico don Dante Sala, parroco di San Martino Spino vicino a Mirandola – una vera e propria organizzazione clandestina, talmente efficace da portare in salvo, in Svizzera, un centinaio di ebrei. Fra questi anche Giacomo Lampronti, sua moglie Vittoria e i figli Marco e Giorgio. I genitori, la sorella con il marito e la nipote Marcella, per una sorta di incredulità su cosa fossero capaci i nazisti, decisero di restare a Ferrara: furono deportati nei campi di sterminio dove trovarono la morte.

La fuga organizzata nei minimi dettagli da Focherini si realizzò a piedi attraverso le montagne, con la guida di contrabbandieri. Scrive Camilla Lampronti, giovane nipote di Giorgio e pronipote di Giacomo, a testimonianza di come le grandi azioni di cui sono capaci talune persone attraversino le generazioni: “Non posso non pensare con commozione al nonno Giorgio… Lo immagino, carico di pesi con le poche cose salvate dalla casa abbandonata in fretta, salire, forse senza rendersi conto della tragedia, lungo i viottoli sassosi ed impervi che lo conducevano in Svizzera, dove avrebbe trovato rifugio tra i suoi cari”.

L’esilio oltralpe durò una ventina di mesi: Giacomo trovò ospitalità in un campo di lavoro; Marco e Giorgio con la loro mamma presso le suore del Collegio Sant’Eugenio di Locarno, diretto da madre Clarissa, nome che fu dato alla terza figlia, nata dopo il ritorno in Italia. Intanto Focherini continuava imperterrito ad aiutare gli ebrei. Fino all’11 marzo del 1944 quando, all’ospedale di Carpi, dove si era recato per organizzare la fuga di Enrico Donati, l’ultimo ebreo salvato, venne arrestato. Rimase recluso nel carcere di San Giovanni in Monte di Bologna fino al 5 luglio quando arrivò l’ordine di trasferirlo al campo di Fossoli. Il 4 agosto venne trasportato al campo di Gries (Bolzano) e in seguito deportato in quello di concentramento di Flossemburg. Morì il 27 dicembre del 1944, a soli 37 anni, nel sottocampo di Hersbruck (vicino a Norimberga) a causa di una setticemia dovuta a un’infezione alla gamba.

Giorgio Lampronti (e la sua famiglia) porta l’impronta di quel “martire per la fede”. Un uomo che rispose così al cognato che gli chiedeva se non si fosse mai pentito del suo impegno per gli ebrei: “Se tu avessi visto, come ho visto io, in questo carcere, cosa fanno patire agli ebrei, rimpiangeresti soltanto di non aver fatto abbastanza per loro, di non averne salvati di più”. La banalità del bene.

Elena Zuppini*

*redattrice del settimanale Verona Fedele
http://www.vitatrentina.it/index.php/Scuola-Cultura/Al-beato-Focherini-devo-la-mia-vita