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11Lug/150

La “lista” di Focherini

La storia sconosciuta del salvataggio di tre donne ebree nella “Casa della Divina Provvidenza” a Carpi organizzato da Odoardo Focherini e don Dante Sala con la collaborazione di Mamma Nina Saltini

Giovanni Preziosi
Roma

Il 5 luglio 1944 mentre prosegue inarrestabile l’avanzata delle truppe anglo-americane che, dopo la liberazione della capitale, si avvicinano velocemente ad Arezzo senza incontrare praticamente alcuna resistenza, continuano senza tregua nell’Italia centro-settentrionale i saccheggi e le rappresaglie dei tedeschi per intimidire e prostrare la popolazione inerme. A farne le spese sarà anche l’allora giovane consigliere mandatario (una sorta di amministratore delegato) de L’Avvenire d’Italia Odoardo Focherini, recentemente elevato agli onori degli altari, il quale acciuffato dai suoi aguzzini l’11 marzo precedente all’ospedale di Carpi mentre si accingeva ad organizzare la fuga dal campo di concentramento di Fossoli del medico ebreo Enrico Donati, dal carcere bolognese di S. Giovanni in Monte fu trasferito, senza alcun processo, anch’egli a Fossoli che, il 12 luglio successivo divenne teatro di una delle stragi più efferate di cui si macchiarono i i nazisti con la complicità dei fascisti. In quella tragica circostanza, infatti, furono barbaramente trucidati dalle SS, presso il poligono di tiro di Cibeno, una piccola frazione a circa 2 chilometri da Carpi, ben 67 internati politici, che poi – senza alcun ritegno – furono sepolti in una fossa scavata il giorno prima da altri compagni di sventura.

Dopo essere fuggito a questo eccidio, Focherini il 7 settembre 1944 fu inviato, insieme ad altri internati, nell’orribile lager di Flossenburg dove, com’è noto, il 27 dicembre successivo, nel sottocampo di Hersbruck, pagherà con il sacrificio della propria vita il suo impegno profuso in quegli anni a beneficio degli ebrei iniziato nel 1942 allorché, su indicazione dell’arcivescovo di Genova mons. Boetto, che già allora operava a stretto contatto con la Delasem, il direttore de L’Avvenire d’Italia, Raimondo Manzini, gli affidò il delicato incarico di occuparsi della gravosa vicenda di un gruppo di ebrei polacchi giunti a Genova a bordo di un treno di feriti. Infatti, a partire dall’autunno del 1943, insieme al parroco di San Martino Spino – una piccola frazione nel cuore delle Valli Mirandolesi – don Dante Sala, suo fedele amico e collaboratore, allestì nel Modenese una sofisticata rete di assistenza clandestina, che riuscirà a trarre in salvo oltre un centinaio di persone affluite in quella zona.

 

«Focherini ed io – scriverà negli anni successivi don Dante Sala – ci dividemmo i compiti: lui preparava i documenti per questi perseguitati ed io li accompagnavo verso la salvezza. (…) Innanzitutto era necessario procurarsi carte d’identità genuine; e a questo pensava lo stesso Odoardo con la complicità di funzionari degli uffici anagrafici. Qualche volta, specialmente nei primi tempi, si simulava un furto di questi documenti suscitando un clamore tanto immediato quanto labile. Altre volte, dato il caos delle amministrazioni comunali, le carte d’identità ci venivano date di nascosto, ben sapendo a che cosa avrebbero dovuto servire, e tutto passava sotto silenzio. Per la loro compilazione – continua l’audace sacerdote – la cosa era più facile. Si trattava di timbri a secco, o di gomma, che Odoardo poteva con facilità far fare a Bologna da gente fidata. Di solito si preferivano timbri di comuni del sud, già occupati dalle truppe alleate, così che da parte dei nazi-fascisti era impossibile controllarne l’autenticità».
Difatti, all’indomani della proclamazione dell’armistizio, con l’occupazione tedesca della penisola, questa attività divenne se possibile ancora più frenetica e rischiosa perché, dopo aver rifornito gli ebrei braccati dai nazifascisti, con false carte d’identità don Dante, per maggiore precauzione, si preoccupava perfino di accompagnarli di nascosto oltre il confine elvetico.
Tuttavia, una sera d’autunno del ‘43, mentre Focherini attendeva il suo ritorno da Milano, non sapendo più dove nascondere un altro gruppo di ebrei che si trovavano a Carpi in attesa della fuga verso la Svizzera, dopo aver provveduto a fornire ad ognuno di loro tutti i documenti, si presentò presso la “Casa della Divina Provvidenza”, un istituto fondato nel marzo del 1938 dalla sorella di don Zeno Saltini, Mamma Nina – al secolo Marianna Saltini – per mettere al riparo dai loro persecutori tre giovani donne ebree. «Mamma Nina – scrive rievocando quei momenti il parroco di San Martino Spino – era molto sensibile verso queste creature che tanto soffrivano per la malvagità degli uomini e si prestava volentieri ad accoglierle nella Casa della Divina Provvidenza, offrendo generosamente quanto era loro necessario in quei momenti difficili».
Naturalmente Mamma Nina non se lo fece ripetere la seconda volta e, nonostante il grave rischio a cui esponeva la sua comunità, senza alcuna esitazione accettò di buon grado di nasconderle tra le mura della sua casa, nell’attesa che si presentasse il momento propizio per farle fuggire in Svizzera, come ci racconta Mamma Rita Bertolini che, dopo essere rimasta vedova è ritornata alla Casa della Divina Provvidenza consacrandosi al servizio dell’opera che continua gioiosamente fino ad oggi. All’epoca dei fatti qui narrati, appena sedicenne, sfollata da Milano con la sua famiglia, il 9 novembre 1942, giunse a Carpi e – grazie all’amicizia della nonna con Mamma Nina – riuscì ad essere ospitata in istituto insieme ad un’altra ragazzina romagnola tale Maria Pelliccioni che poi, col nome di Mamma Teresa, diventerà la Superiora raccogliendo l'eredità spirituale della fondatrice. Difatti, subito dopo che l’Italia entrò in guerra al fianco dell’alleato teutonico, la carità di Mamma Nina non conobbe riserve al punto che, per sopperire alle urgenti necessità degli sfollati, furono aperte ben sette case provvisorie, come quella in via Spalti a Mirandola, senza contare poi quelle a Rovereto, S. Marino – una frazione di pochi abitanti a circa 4 km. da Carpi –, Gainazzo, Campogalliano e Soliera, dove furono accolti anche numerosi perseguitati, in particolare donne di origini ebree.
Ma come funzionava concretamente questa catena di solidarietà? Semplice a dirsi un po’ più complicato a tradursi nella realtà. In pratica il piano per mettere in salvo gli ebrei fu elaborato nei minimi particolari da Odoardo Focherini e dal suo fedele braccio destro don Dante Sala – entrambi riconosciuti, proprio per questo, Giusti fra le Nazioni dal Tribunale del Bene di Yad Vashem – il quale si assunse personalmente la responsabilità dell’operazione accompagnando alla spicciolata ogni gruppo di ebrei, col favore delle tenebre, a bordo di un treno in partenza dalla stazione di Modena diretto nel capoluogo milanese. Appena giunti sul posto, alle prime luci dell’alba, si proseguiva il tragitto alla volta di Como dove al bar della stazione si attendeva, come pattuito, un taxi che con un tacito cenno d’intesa, quattro per volta li conduceva a Cernobbio presso una casa di contrabbandieri i quali, poi, al momento opportuno, quando in quella zona era di servizio un poliziotto di loro conoscenza, li conducevano lungo il confine per simulare un arresto in modo tale che potessero essere condotti in una caserma, dove rimanevano il tempo necessario per farsi dare i documenti da consegnare alla Delasem e il gioco era fatto.
«Io e madre Teresa – ricorda sul filo della memoria Mamma Rita Bertolini – siamo state diversi anni insieme, perché a quel tempo eravamo sfollate per la guerra. Non ci rendevamo conto forse del pericolo che avevamo attorno perché eravamo sempre felici e serene. Mamma Nina aiutò parecchi ebrei su richiesta di Odoardo Focherini, il quale un giorno le ha chiesto se poteva prendersi cura di alcune donne ebree, che poi furono ospitate nelle nostre case. Pensi che noi a Mirandola avevamo due ebree di cui non conoscevamo la loro vera identità, perché allora bisognava stare attente a non destare alcun sospetto. Tanto è vero che a noi dissero di chiamarsi con un altro nome, nel timore che qualcuno ci avrebbe potuto chiedere informazioni su di loro e noi potevamo lasciarci sfuggire qualche particolare compromettente. Perciò da quel momento in poi se ci chiedevano qualcosa rispondevamo che erano le nostre assistenti che ci aiutavano con le bimbe. Noi – prosegue la religiosa nel suo racconto – conoscevamo bene quelle che avevamo con noi lì a Mirandola e a San Marino. Ricordo che ospitammo le due sorelle Papo una delle quali si chiamava Olga, un’altra ebrea che abitava a Bologna e poi una di Jesi che si chiamava Maria. Qui da noi stavano poco, proprio il tempo necessario per poter scappare e riuscire a raggiungere la Svizzera».
Forse le donne a cui allude Mamma Rita sono le due sorelle ebree di origini jugoslave Olga e Hanna Papo che, fra il 1920 e l’autunno del 1938, avevano vissuto a Fiume insieme ai loro genitori Nissim e Regina Montilja. Poi, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, furono costrette a far ritorno a Sarajevo, dov’erano nate, dopodiché in seguito all’ascesa al potere del poglavnik ustaša Ante Pavelić, per sfuggire alle feroci persecuzioni sferrate ai danni degli ebrei, evidentemente, si diedero di nuovo alla fuga come del resto fecero altri gruppi di profughi jugoslavi.
Sebbene le religiose osservassero scrupolosamente tutte le necessarie precauzioni il pericolo era sempre in agguato, tant’è che questo continuo andirivieni ben presto finì per insospettire le autorità di Pubblica Sicurezza le quali disposero un rigido controllo delle tessere annonarie, per verificare se tutto era in regola. Tuttavia, Mamma Nina, grazie ad una provvidenziale soffiata dei Carabinieri, che subito la misero in guardia del pericolo, riuscì a scongiurare per un pelo l’ispezione dei tedeschi. La passione che infondeva nel suo lavoro a beneficio dei più diseredati, successivamente, riuscì a conquistarsi la simpatia perfino di alcune Guardie repubblicane le quali, avendo intuito che tra le sue ospiti si nascondessero delle donne ebree, un giorno le apostrofarono: «Mamma Nina, sappiamo che nelle sue case non tutto è in ordine, ma chiudiamo gli occhi perché è lei».
Tuttavia, come ci riferisce la stessa Mamma Rita, testimone oculare dei fatti che vi stiamo raccontando un giorno, alle prime luci dell’alba, all’improvviso i tedeschi si presentarono «anche da noi prestissimo alle 5 in punto. Quando giunsero a San Marino di Carpi dove eravamo allora ospiti nella canonica del parroco don Nino Roveda, noi eravamo ancora a letto e fummo svegliate di soprassalto dalla violenza con cui picchiavano contro la porta. Appena ci siamo precipitate ad aprire mi sono ritrovata i mitra spianati di fronte perché volevano prendere le donne ebree che, per fortuna, in quel momento non erano lì ma in un’altra stanza attigua alla canonica».
A quel punto, con un tono che non ammetteva repliche, il capo della pattuglia tedesca intimò a Rita e Maria: «Presto, presto andiamo via voi venire con noi in Germania!» All’udire queste parole, all’improvviso, un brivido percorse la schiena delle due ragazze che, in preda al panico, singhiozzando incominciarono ad implorare: «No, no lì poi come facciamo con le bimbe…»
Ma i soldati tedeschi non volevano sentire ragioni e continuavano a ripetere sempre lo stesso refrain finché, ad un certo punto, non sopraggiunse don Nino Roveda che, farfugliando un po’ di tedesco, riuscì a persuaderli che quelle due ragazze erano le sorelle più grandi di quelle bimbe che erano state affidate all’orfanotrofio dopo aver perso le loro adorate mamme. Così, dopo un attimo di esitazione, l’ufficiale tedesco esclamò con voce stentorea: «Allora andate via immediatamente perché qui bruciamo tutto!»
Difatti in quel periodo tutta la zona circostante era funestata da eccidi e rastrellamenti da parte delle truppe tedesche e fasciste che non esitavano ad ingaggiare furibondi combattimenti con le varie bande partigiane che gravitavano nei dintorni. Così, il 31 ottobre 1944, nei pressi di Cortile, una piccola frazione del carpigiano ad un tiro di schioppo da S Marino di Carpi dove erano nascoste le tre donne ebree, erano stati giustiziati dai partigiani 7 militari delle SS e così, per ritorsione, i tedeschi diedero alle fiamme tutte le case circostanti, lasciando una lunga scia di sangue dietro di sé.
Così, col precipitare degli eventi, per non mettere a repentaglio la vita delle loro ospiti, fu deciso di agevolarne la fuga di cui se ne occupò don Dante Sala che, col favore delle tenebre, una sera mandò qualcuno a prelevarle a San Marino, dopodiché scattava l’operazione di fuga vera e propria che prevedeva sempre lo stesso cliché, come racconta egli stesso:
«Partiti da Modena, arrivammo a Milano nella notte e, come per le altre spedizioni, dormimmo nei sottopassaggi della stazione centrale. (…) Ma il gruppo da me accompagnato (…) riuscì a passare anche stavolta il confine al momento giusto e a mettersi al riparo dalle persecuzioni della dittatura».
Questo audace piano, per fortuna, anche stavolta andò in porto, anche grazie all’ausilio di alcuni contrabbandieri di provata fedeltà che organizzarono il passaggio della frontiera elvetica, tant’è che Mamma Nina con tutte le sue assistenti poterono, finalmente, tirare un lungo sospiro di sollievo apprendendo che le loro ospiti erano ormai al sicuro lontane da occhi indiscreti.

da http://vaticaninsider.lastampa.it/documenti/dettaglio-articolo/articolo/ebrei-jews-iudeos-42176/

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