www.OdoardoFocherini.it, Giusto e Beato
22lug/150

Nuova recensione

http://www.liberolibro.it/olga-focherini-questo-ascensore-e-vietato-agli-ebrei/

Leggendo il Libro di Olga Focherini “Questo ascensore è vietato agli ebrei”, in cui racconta la breve e tragica vita del padre Odoardo, un giusto che si adoperò con tutte le forze per salvare ebrei nel periodo della Repubblica di Salò e dell’occupazione nazista del nostro Paese, ho compreso che Odoardo, che talora nelle lettere dalla prigionia si firmava Odo, era un uomo normale, non un eroe, non un eletto, ma un uomo innamorato della moglie e che adorava i suoi figli.
Odoardo trovò normale rischiare la propria vita e accettare il martirio fino alla morte che gli derivò dall’impegno, dall’attivismo, testimoniando che l’urgenza di tendere la mano al più debole, all’oppresso, in sostanza, al prossimo perseguitato, non insorge da uno stato di eccezionalità, ma piuttosto da un impulso di insopprimibile umanità. Olga Focherini, figlia di Odo e madre del curatore del testo, Odoardo Semellini, tramite una caparbia passione, spinta dalla forza della verità, si è resa depositaria dello sconvolgente epistolario del padre, per guidarci nella vicenda emblematica e nella storia esemplare di un uomo, come tanti, non un eroe, non un eletto, ma un giusto che deve trovare un posto nella memoria di tutti noi. Nel libro si narra la storia di un uomo arrestato e deportato, con l’unica colpa di aver posto in salvo oltre un centinaio di perseguitati ebrei.
Una storia con un finale terribile, raccontato, per anni, con amorevole passione dalla figlia Olga, che, vittima e testimone giovanissima, conserva ancora una memoria vivissima di quel periodo, testimoniando nelle scuole e ovunque venga richiesta ricostruzione della Memoria Storica, superando così una difficoltosa e traumatica elaborazione del lutto paterno. Della storia di suo padre, Olga lascia traccia in diversi documenti, opportunamente trascritti e quindi adattati per il presente volume, tutti custoditi nell’Archivio della Memoria di Odoardo Focherini, riconosciuto di valore storico dal Ministero per i beni e le attività culturali, nel 2012.
Nella trascrizione delle lettere clandestine, Olga scopre che suo padre è un uomo normale, come tutti, che si lascia andare, che sta male, che piange, che è combattuto tra le speranze del ritorno e il timore di non rivedere mai più i propri cari. Così la figlia Olga recupera l’immagine vera e reale del padre, come lo ricorda nella sua infanzia: un uomo giusto, sia per l’aiuto dato agli ebrei perseguitati, sia per quello che è stato come genitore.
Odoardo Focherini, negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, faceva parte di una rete clandestina di soccorso in provincia di Modena, per aiutare gli ebrei perseguitati dal nazifascismo, insieme ad altri uomini di diversa appartenenza politica e fede religiosa, che non esitarono a sacrificare la propria vita per salvare centinaia di persone, altrimenti destinate alla morte nei campi di concentramento e di sterminio nazifascisti. Odoardo Focherini (1907-1944) era un giornalista cattolico e padre di sette figli. Venne arrestato, deportato e troverà la morte nel campo di lavoro di Hersbruck. Odoardo Focherini, insignito della medaglia di giusto fra le nazioni dallo stato di Israele e della medaglia d’oro al merito civile, beatificato dalla Chiesa cattolica nel 2013, viene raccontato, in questo libro, dalla figlia primogenita Olga, che per anni ha conservato e promosso la memoria paterna ed è stata tra i fondatori dell’Associazione Amici del Museo Monumento al Deportato di Carpi e membro della Fondazione ex Campo Fossoli. Dagli anni ‘70, Olga Focherini ha svolto un’intensa attività di divulgazione nelle scuole sui temi della Deportazione e della Resistenza, dando così vita all’Archivio della Memoria di Odoardo Focherini, dichiarato di interesse storico dal Ministero dei beni culturali. Nella prefazione al testo, Moni Ovadia ricorda e rievoca la memoria di padre David Maria Turoldo, illuminato sacerdote cattolico, uomo di torreggiante statura, Partigiano e poeta, che aveva saputo declinare, tramite il suo magistero, la fede di cristiano con i valori della Resistenza Antifascista e insieme al Vangelo custodiva le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana e europea. Ed è proprio con queste lettere, scritte con il sangue dei partigiani, testimonianza di Resistenza e Deportazione, che Moni Ovadia richiama un importante parallelismo con l’ingente epistolario di Odoardo Focherini, un grande patrimonio storico di documenti, scritti, lettere, che tutti noi dobbiamo tenere presente sempre, nel corso della vita e in ogni momento che scandisce i nostri giorni di lotta per la pace, per un mondo più giusto, libero e vero, nella testimonianza antifascista e nell’impegno sociale e civile, tramite la forza della verità, per la memoria storica… per non dimenticare.

Laura Tussi

 

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15lug/150

Amicizia

Chi ha incontrato la storia e le passioni di Odoardo Focherini si è trovato davanti alle vette della Val di Sole, alle sue origini trentine.
Anche fra quei monti che sentiva come suoi, Odoardo intreccia amicizie importanti e profonde.Una in particolare, quella col maestro Quirino Bezzi con cui condivideva non solo origini e amore per le cime, ma anche la passione per il giornalismo e la vita nella Chiesa.
In questo articolo Udalrico Fantelli ricostruisce le tappe di questo sodalizio che ha dato frutti ancora visibili e ammirabili.

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14lug/150

Don Arturo Paoli

Don Arturo Paoli (1912-2015), addio al prete eroe
Nella sua stessa rete Gino Bartali e Giorgio Nissim

In novembre avrebbe compiuto 103 anni. Una lunga esistenza consacrata all’altruismo e alla solidarietà quella di don Arturo Paoli, prete e missionario lucchese che lo Yad Vashem ha riconosciuto Giusto tra le nazioni per l’azione a difesa degli ebrei perseguitati sotto il nazifascismo.
Un’azione svolta fianco a fianco con Giorgio Nissim, il referente regionale della Delasem, la rete di assistenza clandestina che intensamente operò in quei mesi nel centro Italia e di cui facevano parte numerosi esponenti del clero toscano oltre a molti uomini di buona volontà.
“Mirabile esempio di grande spirito di sacrificio e di umana solidarietà”. Così lo elogiava il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, consegnandogli nel 2006 la medaglia d’oro al civile per le azioni di eroismo compiute. Il tutto avveniva nei giornali del Quirinale, lo stesso giorno in cui questo riconoscimento veniva tributato alla memoria di Gino Bartali, un altro grande toscano che, davanti al bivio imposto alla popolazione italiana, tra indifferenza e impegno attivo, scelse la strada del coraggio.

http://moked.it/blog/2015/07/14/don-arturo-paoli-1912-2015/

 

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11lug/150

La “lista” di Focherini

La storia sconosciuta del salvataggio di tre donne ebree nella “Casa della Divina Provvidenza” a Carpi organizzato da Odoardo Focherini e don Dante Sala con la collaborazione di Mamma Nina Saltini

Giovanni Preziosi
Roma

Il 5 luglio 1944 mentre prosegue inarrestabile l’avanzata delle truppe anglo-americane che, dopo la liberazione della capitale, si avvicinano velocemente ad Arezzo senza incontrare praticamente alcuna resistenza, continuano senza tregua nell’Italia centro-settentrionale i saccheggi e le rappresaglie dei tedeschi per intimidire e prostrare la popolazione inerme. A farne le spese sarà anche l’allora giovane consigliere mandatario (una sorta di amministratore delegato) de L’Avvenire d’Italia Odoardo Focherini, recentemente elevato agli onori degli altari, il quale acciuffato dai suoi aguzzini l’11 marzo precedente all’ospedale di Carpi mentre si accingeva ad organizzare la fuga dal campo di concentramento di Fossoli del medico ebreo Enrico Donati, dal carcere bolognese di S. Giovanni in Monte fu trasferito, senza alcun processo, anch’egli a Fossoli che, il 12 luglio successivo divenne teatro di una delle stragi più efferate di cui si macchiarono i i nazisti con la complicità dei fascisti. In quella tragica circostanza, infatti, furono barbaramente trucidati dalle SS, presso il poligono di tiro di Cibeno, una piccola frazione a circa 2 chilometri da Carpi, ben 67 internati politici, che poi – senza alcun ritegno – furono sepolti in una fossa scavata il giorno prima da altri compagni di sventura.

Dopo essere fuggito a questo eccidio, Focherini il 7 settembre 1944 fu inviato, insieme ad altri internati, nell’orribile lager di Flossenburg dove, com’è noto, il 27 dicembre successivo, nel sottocampo di Hersbruck, pagherà con il sacrificio della propria vita il suo impegno profuso in quegli anni a beneficio degli ebrei iniziato nel 1942 allorché, su indicazione dell’arcivescovo di Genova mons. Boetto, che già allora operava a stretto contatto con la Delasem, il direttore de L’Avvenire d’Italia, Raimondo Manzini, gli affidò il delicato incarico di occuparsi della gravosa vicenda di un gruppo di ebrei polacchi giunti a Genova a bordo di un treno di feriti. Infatti, a partire dall’autunno del 1943, insieme al parroco di San Martino Spino – una piccola frazione nel cuore delle Valli Mirandolesi – don Dante Sala, suo fedele amico e collaboratore, allestì nel Modenese una sofisticata rete di assistenza clandestina, che riuscirà a trarre in salvo oltre un centinaio di persone affluite in quella zona.

 

«Focherini ed io – scriverà negli anni successivi don Dante Sala – ci dividemmo i compiti: lui preparava i documenti per questi perseguitati ed io li accompagnavo verso la salvezza. (…) Innanzitutto era necessario procurarsi carte d’identità genuine; e a questo pensava lo stesso Odoardo con la complicità di funzionari degli uffici anagrafici. Qualche volta, specialmente nei primi tempi, si simulava un furto di questi documenti suscitando un clamore tanto immediato quanto labile. Altre volte, dato il caos delle amministrazioni comunali, le carte d’identità ci venivano date di nascosto, ben sapendo a che cosa avrebbero dovuto servire, e tutto passava sotto silenzio. Per la loro compilazione – continua l’audace sacerdote – la cosa era più facile. Si trattava di timbri a secco, o di gomma, che Odoardo poteva con facilità far fare a Bologna da gente fidata. Di solito si preferivano timbri di comuni del sud, già occupati dalle truppe alleate, così che da parte dei nazi-fascisti era impossibile controllarne l’autenticità».
Difatti, all’indomani della proclamazione dell’armistizio, con l’occupazione tedesca della penisola, questa attività divenne se possibile ancora più frenetica e rischiosa perché, dopo aver rifornito gli ebrei braccati dai nazifascisti, con false carte d’identità don Dante, per maggiore precauzione, si preoccupava perfino di accompagnarli di nascosto oltre il confine elvetico.
Tuttavia, una sera d’autunno del ‘43, mentre Focherini attendeva il suo ritorno da Milano, non sapendo più dove nascondere un altro gruppo di ebrei che si trovavano a Carpi in attesa della fuga verso la Svizzera, dopo aver provveduto a fornire ad ognuno di loro tutti i documenti, si presentò presso la “Casa della Divina Provvidenza”, un istituto fondato nel marzo del 1938 dalla sorella di don Zeno Saltini, Mamma Nina – al secolo Marianna Saltini – per mettere al riparo dai loro persecutori tre giovani donne ebree. «Mamma Nina – scrive rievocando quei momenti il parroco di San Martino Spino – era molto sensibile verso queste creature che tanto soffrivano per la malvagità degli uomini e si prestava volentieri ad accoglierle nella Casa della Divina Provvidenza, offrendo generosamente quanto era loro necessario in quei momenti difficili».
Naturalmente Mamma Nina non se lo fece ripetere la seconda volta e, nonostante il grave rischio a cui esponeva la sua comunità, senza alcuna esitazione accettò di buon grado di nasconderle tra le mura della sua casa, nell’attesa che si presentasse il momento propizio per farle fuggire in Svizzera, come ci racconta Mamma Rita Bertolini che, dopo essere rimasta vedova è ritornata alla Casa della Divina Provvidenza consacrandosi al servizio dell’opera che continua gioiosamente fino ad oggi. All’epoca dei fatti qui narrati, appena sedicenne, sfollata da Milano con la sua famiglia, il 9 novembre 1942, giunse a Carpi e – grazie all’amicizia della nonna con Mamma Nina – riuscì ad essere ospitata in istituto insieme ad un’altra ragazzina romagnola tale Maria Pelliccioni che poi, col nome di Mamma Teresa, diventerà la Superiora raccogliendo l'eredità spirituale della fondatrice. Difatti, subito dopo che l’Italia entrò in guerra al fianco dell’alleato teutonico, la carità di Mamma Nina non conobbe riserve al punto che, per sopperire alle urgenti necessità degli sfollati, furono aperte ben sette case provvisorie, come quella in via Spalti a Mirandola, senza contare poi quelle a Rovereto, S. Marino – una frazione di pochi abitanti a circa 4 km. da Carpi –, Gainazzo, Campogalliano e Soliera, dove furono accolti anche numerosi perseguitati, in particolare donne di origini ebree.
Ma come funzionava concretamente questa catena di solidarietà? Semplice a dirsi un po’ più complicato a tradursi nella realtà. In pratica il piano per mettere in salvo gli ebrei fu elaborato nei minimi particolari da Odoardo Focherini e dal suo fedele braccio destro don Dante Sala – entrambi riconosciuti, proprio per questo, Giusti fra le Nazioni dal Tribunale del Bene di Yad Vashem – il quale si assunse personalmente la responsabilità dell’operazione accompagnando alla spicciolata ogni gruppo di ebrei, col favore delle tenebre, a bordo di un treno in partenza dalla stazione di Modena diretto nel capoluogo milanese. Appena giunti sul posto, alle prime luci dell’alba, si proseguiva il tragitto alla volta di Como dove al bar della stazione si attendeva, come pattuito, un taxi che con un tacito cenno d’intesa, quattro per volta li conduceva a Cernobbio presso una casa di contrabbandieri i quali, poi, al momento opportuno, quando in quella zona era di servizio un poliziotto di loro conoscenza, li conducevano lungo il confine per simulare un arresto in modo tale che potessero essere condotti in una caserma, dove rimanevano il tempo necessario per farsi dare i documenti da consegnare alla Delasem e il gioco era fatto.
«Io e madre Teresa – ricorda sul filo della memoria Mamma Rita Bertolini – siamo state diversi anni insieme, perché a quel tempo eravamo sfollate per la guerra. Non ci rendevamo conto forse del pericolo che avevamo attorno perché eravamo sempre felici e serene. Mamma Nina aiutò parecchi ebrei su richiesta di Odoardo Focherini, il quale un giorno le ha chiesto se poteva prendersi cura di alcune donne ebree, che poi furono ospitate nelle nostre case. Pensi che noi a Mirandola avevamo due ebree di cui non conoscevamo la loro vera identità, perché allora bisognava stare attente a non destare alcun sospetto. Tanto è vero che a noi dissero di chiamarsi con un altro nome, nel timore che qualcuno ci avrebbe potuto chiedere informazioni su di loro e noi potevamo lasciarci sfuggire qualche particolare compromettente. Perciò da quel momento in poi se ci chiedevano qualcosa rispondevamo che erano le nostre assistenti che ci aiutavano con le bimbe. Noi – prosegue la religiosa nel suo racconto – conoscevamo bene quelle che avevamo con noi lì a Mirandola e a San Marino. Ricordo che ospitammo le due sorelle Papo una delle quali si chiamava Olga, un’altra ebrea che abitava a Bologna e poi una di Jesi che si chiamava Maria. Qui da noi stavano poco, proprio il tempo necessario per poter scappare e riuscire a raggiungere la Svizzera».
Forse le donne a cui allude Mamma Rita sono le due sorelle ebree di origini jugoslave Olga e Hanna Papo che, fra il 1920 e l’autunno del 1938, avevano vissuto a Fiume insieme ai loro genitori Nissim e Regina Montilja. Poi, in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, furono costrette a far ritorno a Sarajevo, dov’erano nate, dopodiché in seguito all’ascesa al potere del poglavnik ustaša Ante Pavelić, per sfuggire alle feroci persecuzioni sferrate ai danni degli ebrei, evidentemente, si diedero di nuovo alla fuga come del resto fecero altri gruppi di profughi jugoslavi.
Sebbene le religiose osservassero scrupolosamente tutte le necessarie precauzioni il pericolo era sempre in agguato, tant’è che questo continuo andirivieni ben presto finì per insospettire le autorità di Pubblica Sicurezza le quali disposero un rigido controllo delle tessere annonarie, per verificare se tutto era in regola. Tuttavia, Mamma Nina, grazie ad una provvidenziale soffiata dei Carabinieri, che subito la misero in guardia del pericolo, riuscì a scongiurare per un pelo l’ispezione dei tedeschi. La passione che infondeva nel suo lavoro a beneficio dei più diseredati, successivamente, riuscì a conquistarsi la simpatia perfino di alcune Guardie repubblicane le quali, avendo intuito che tra le sue ospiti si nascondessero delle donne ebree, un giorno le apostrofarono: «Mamma Nina, sappiamo che nelle sue case non tutto è in ordine, ma chiudiamo gli occhi perché è lei».
Tuttavia, come ci riferisce la stessa Mamma Rita, testimone oculare dei fatti che vi stiamo raccontando un giorno, alle prime luci dell’alba, all’improvviso i tedeschi si presentarono «anche da noi prestissimo alle 5 in punto. Quando giunsero a San Marino di Carpi dove eravamo allora ospiti nella canonica del parroco don Nino Roveda, noi eravamo ancora a letto e fummo svegliate di soprassalto dalla violenza con cui picchiavano contro la porta. Appena ci siamo precipitate ad aprire mi sono ritrovata i mitra spianati di fronte perché volevano prendere le donne ebree che, per fortuna, in quel momento non erano lì ma in un’altra stanza attigua alla canonica».
A quel punto, con un tono che non ammetteva repliche, il capo della pattuglia tedesca intimò a Rita e Maria: «Presto, presto andiamo via voi venire con noi in Germania!» All’udire queste parole, all’improvviso, un brivido percorse la schiena delle due ragazze che, in preda al panico, singhiozzando incominciarono ad implorare: «No, no lì poi come facciamo con le bimbe…»
Ma i soldati tedeschi non volevano sentire ragioni e continuavano a ripetere sempre lo stesso refrain finché, ad un certo punto, non sopraggiunse don Nino Roveda che, farfugliando un po’ di tedesco, riuscì a persuaderli che quelle due ragazze erano le sorelle più grandi di quelle bimbe che erano state affidate all’orfanotrofio dopo aver perso le loro adorate mamme. Così, dopo un attimo di esitazione, l’ufficiale tedesco esclamò con voce stentorea: «Allora andate via immediatamente perché qui bruciamo tutto!»
Difatti in quel periodo tutta la zona circostante era funestata da eccidi e rastrellamenti da parte delle truppe tedesche e fasciste che non esitavano ad ingaggiare furibondi combattimenti con le varie bande partigiane che gravitavano nei dintorni. Così, il 31 ottobre 1944, nei pressi di Cortile, una piccola frazione del carpigiano ad un tiro di schioppo da S Marino di Carpi dove erano nascoste le tre donne ebree, erano stati giustiziati dai partigiani 7 militari delle SS e così, per ritorsione, i tedeschi diedero alle fiamme tutte le case circostanti, lasciando una lunga scia di sangue dietro di sé.
Così, col precipitare degli eventi, per non mettere a repentaglio la vita delle loro ospiti, fu deciso di agevolarne la fuga di cui se ne occupò don Dante Sala che, col favore delle tenebre, una sera mandò qualcuno a prelevarle a San Marino, dopodiché scattava l’operazione di fuga vera e propria che prevedeva sempre lo stesso cliché, come racconta egli stesso:
«Partiti da Modena, arrivammo a Milano nella notte e, come per le altre spedizioni, dormimmo nei sottopassaggi della stazione centrale. (…) Ma il gruppo da me accompagnato (…) riuscì a passare anche stavolta il confine al momento giusto e a mettersi al riparo dalle persecuzioni della dittatura».
Questo audace piano, per fortuna, anche stavolta andò in porto, anche grazie all’ausilio di alcuni contrabbandieri di provata fedeltà che organizzarono il passaggio della frontiera elvetica, tant’è che Mamma Nina con tutte le sue assistenti poterono, finalmente, tirare un lungo sospiro di sollievo apprendendo che le loro ospiti erano ormai al sicuro lontane da occhi indiscreti.

da http://vaticaninsider.lastampa.it/documenti/dettaglio-articolo/articolo/ebrei-jews-iudeos-42176/

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4lug/150

Rai

Buongiorno Regione Emilia Romagna del 10 giugno

Intervista a Odoardo Semellini dal minuto 18.40 circa

http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/basic/PublishingBlock-7fe62863-62cd-4276-9560-cfd75abeea68-archivio.html?smtarget=buongiorno-regione&item=ContentItem-ddc32fc1-869c-418f-a033-3d1bf0e94433#

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9giu/150

Memoria liturgica

Si è svolta lo scorso 6 giugno la memoria liturgica del beato Odoardo Focherini.
Sentita e viva la partecipazione di chi ha voluto ricordare il beato; in particolare l'Azione cattolica diocesana che ha così cominciato l'annuale festa.
Durante l'offertorio, con il pane e il vino, sono stati portati all'altare due portatovaglioli, regalo di nozze degli amici di AC a Odoardo Focherini e Maria Marchesi.
Per ricordare l'importantza dell'accoglienza e della convivialità in casa loro, tempo e disponibilità per gli amici, per i più bisognosi e per i sette figli.

porta tovaglioli low

 

 

 

 

 

 

Felice la coincidenza con la festa del Corpus Domini che ha dato modo al celebrante don Roberto Bisnchini di rileggere una toccante testimonianza sulla necessità di Focherini di ricevere quotidianamente l'Ecurestia:

«Mi sono chiesto da dove Odoardo avesse attinto tanto entusiasmo nell’apostolato da far ricordare la passione dell’apostolo Paolo perché Cristo fosse conosciuto, accolto ed amato – “l’amore di Cristo mi urge” – da dove gli venisse quella vitalità che lo muoveva verso ogni necessità della Chiesa, in difesa della Chiesa, nell’amore appassionato alla Chiesa; quasi un affanno, quasi volesse bruciare i tempi, un urgere di comunicazione: di offrire in semplicità a chiunque uno squarcio del suo amore a Cristo.
E mi sovvenne di quando, chierichetto in Duomo […] più volte ho visto Odoardo arrivare trafelato qualche minuto prima dell’una a fare la comunione […].
Ne aveva bisogno.
Ho capito poi tutto il resto fino all’offerta suprema: quella comunione quotidiana, quell’ostinata comunione quotidiana non era solo la molla della sua dedizione appassionata alla causa del Regno, era anche il tramite della sua comunione con i ragazzi, i giovani di AC che lì – Gesù e lui – uniti se li portavano in cuore perché potessero imparare a crescere liberi da tutto e da tutti, persino da sé stessi: per vivere totalmente la gioia dell’amore a Dio e ai fratelli.
Poi uscendo di Chiesa mi sorrideva con un “Ciao Pe”: era il sorriso di Gesù che mi scaldava il cuore.
Fra tanti credo di essere anch’io frutto - anche se tutt’ora acerbo - di quell’incontro di due che se la intendevano così bene: Gesù e Odoardo!
»
(don Giuseppe Tassi, messa in suffragio).

 

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1giu/150

Memoria liturgica

Memoria liturgica 06-06

 

 

 

 

 

 

 

 

 

volantino OF 6 giugno

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